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L'imām Musa al-Sadr e il risveglio della comunità sciita libanese: dal quietismo alla resistenza

Asia - Vicino Oriente

Melania Busacchi*

A partire dagli anni Settanta, la comunità sciita libanese, storicamente povera e discriminata all'interno del contesto socio-politico, conobbe un eccezionale risveglio politico e una presa di coscienza rivoluzionaria che la condusse dalla passività tipica dello sciismo all'attivismo politico rivoluzionario. Fautore di tale cambiamento fu l'imām Musa al-Sadr la cui opera si concentrò principalmente nella fondazione di istituzioni educative e di beneficenza, nella battaglia per il riconoscimento della comunità sciita come distinta e separata da quella sunnita e nella ricerca  dell'attribuzione di maggiori diritti per gli sciiti nel sistema politico libanese.

Parole chiave: imām Musa al-Sadr; sciiti; Movimento dei Diseredati; Amal.


La comunità sciita libanese, concentrata geograficamente nella regione del Jabal Amil, nel Sud e nella Valle della Beqa'a, era rimasta ai margini dell'ondata modernizzatrice che aveva coinvolto le élites delle altre comunità e fatto del Libano, intorno agli anni Sessanta, la “Svizzera del Medio Oriente”. La struttura sociale della comunità sciita, fino alla metà del 1960, può essere suddivisa in quattro classi: l'élite economico-politica, gli zuama, composta dai membri delle ricche famiglie del Sud e della Valle della Beqa'a; l'élite religiosa, gli ulema[1], che comprendeva i membri delle famiglie dell'apparato religioso sciita; la media borghesia composta dai liberi professionisti, dai militari e dai cosiddetti “nuovi ricchi” tornati in patria dopo aver fatto fortuna all'estero; e la quarta classe composta da contadini, braccianti e piccoli mercanti[2].

L'élite economico-politica controllava tutte le fonti di potere del sud del Libano, in particolare il potere riservato alla comunità sciita dal Patto Nazionale[3]: la presidenza del Parlamento. Queste famiglie governavano il Sud applicando un sistema di tipo feudale in modo da preservare il loro potere contro ogni minaccia che potesse in qualche modo ledere il loro status dominante. La struttura sociale della comunità sciita nella Beqa'a era essenzialmente di tipo tribale: l'ordine sociale era determinato da fattori quali l'importanza sociale, la proprietà e la genealogia della famiglia all'interno della struttura tribale. La nascita e crescita di nuove forze sociali all'interno della comunità negli anni Sessanta, l'emigrazione dalle zone rurali alle città, la diffusione dell'educazione, la nascita di nuovi rivali sotto forma di partiti di sinistra e le lotte di potere tra le élites, rappresentarono una minaccia per gli zuama, che gradualmente persero il controllo e l'influenza sulla comunità sciita.

La classe religiosa degli ulema dipendeva in larga parte dagli zuama, tant'è che la nomina di alcuni di essi scaturiva spesso dalla scelta di questi ultimi. I membri del clero tradizionale, piuttosto distanti dai reali problemi delle masse, si trovarono spiazzati di fronte ai cambiamenti che tra gli anni Cinquanta e Settanta prendevano piede nella comunità sciita. I fautori di tali cambiamenti furono due religiosi dalla cultura e dall'istruzione religiosa simile: l'imām[4] Musa al-Sadr e il sayyid[5] Muhammad Husayn Fadlallah[6]. Nonostante la grande rivalità tra i due e il diverso percorso intrapreso, essi furono capaci di attirare attorno a sé un gran numero di seguaci e di discepoli provenienti sia dalla classe degli ulema che dalle nuove classi sociali[7].

La terza e la quarta classe caratterizzanti la struttura sociale della comunità sciita erano composte, come abbiamo visto, rispettivamente dalla classe media e dalla classe lavoratrice. La prima includeva liberi professionisti come medici, militari, impiegati e avvocati, che si rivolsero inizialmente ai partiti di sinistra (e in seguito ai partiti religiosi sciiti) come unici portavoce delle loro istanze politiche.

La maggior parte degli sciiti apparteneva alla classe lavoratrice composta essenzialmente da piccoli mercanti, venditori e contadini che risiedevano principalmente nei villaggi delle regioni montuose, e ciò rendeva difficile il contatto con il mondo esterno e soprattutto con il mondo cittadino.

Dagli anni Sessanta, a causa della potente ed onnipresente egemonia della feudalità sciita, rappresentata principalmente dalle due famiglie feudatarie degli As'ad[8] e degli 'Usayrān[9], le popolazioni dei villaggi iniziarono ad emigrare dal Sud e dalla Valle della Beqa'a verso Beirut alla ricerca di condizioni di vita migliori rispetto a quelle nelle zone di origine. Tali speranze furono disattese e tradite poiché, come nota Gilles Kepel, la nuova generazione di sciiti emigrati verso la città «era una gioventù urbana povera, numerosa, scontenta del proprio destino, che non si identificava molto nello stato libanese»[10]. I membri di questa nuova classe sociale costituiranno le risorse umane grazie alle quali i due grandi movimenti sciiti, Amal[11] e Hizbullāh[12], cresceranno e sulle quali eserciteranno il proprio controllo, convogliando tutta la rabbia, le aspettative e le rivendicazioni di questa nuova generazione.

In questo contesto di malessere sociale, intorno agli anni Sessanta, emerse la figura dell'imām Musa al-Sadr. Nato nel 1928 a Qom in Iran, ma di origine libanese, Musa al-Sadr venne inviato in Libano nel 1959 dall'ayatollāh[13] Muhsin al-Hakim, il più anziano del clero sciita di Najaf in Iraq, come suo rappresentante. L'anno successivo, alla morte dell'ayatollāh sayyid Abed Al Hussein Sharafeddine[14],  divenne il leader della comunità sciita della città di Tiro[15] iniziando ad occuparsi dei problemi e dei disagi sociali in cui versava la comunità sciita libanese. Uomo dotato di un notevole fascino e carisma, l'imām Musa al-Sadr si fece sin da subito portavoce dei bisogni e dei sentimenti della comunità sciita, impegnandosi attivamente nella vita della stessa e strutturando la sua azione su due punti fondamentali: il miglioramento delle sorti degli sciiti libanesi attraverso la lotta contro le discriminazioni sociali, economiche e politiche a loro imposte, conferendo loro identità e potere nella vita politica libanese, e la creazione di un movimento di resistenza libanese contro la presenza israeliana. Nel fare ciò mutuò dallo sciismo i fondamenti e gli obiettivi della sua politica combinando «l'attivismo sociale con l'identità sciita producendo un approccio riconoscibilmente sciita alle discussioni politiche, un approccio, che pur mantenendosi fedele alle richieste nazionaliste degli arabi, sosteneva gli interessi sciiti. Portò in larga misura a buon fine l'obiettivo di dare agli sciiti libanesi una nuova identità politica distinta dal nazionalismo arabo a guida sunnita»[16].

Al-Sadr esortò i suoi seguaci a non accettare le privazioni fatalisticamente, invitandoli a reagire affinché superassero le loro condizioni attraverso una rivoluzione sociale[17]. Il 18 marzo 1974, l'imām pronunciò il famoso discorso che preannunciò la nascita del Movimento dei Diseredati (in arabo harakat al-mahrumīn)[18]:

«Il nostro nome è: quelli del rifiuto, della vendetta, quelli che si rivoltano contro tutte le tirannie […] anche se pagano con il loro sangue […]. Noi non vogliamo più buoni sentimenti. Noi siamo al di là delle parole, degli stati d’animo, dei discorsi […] Io ho fatto più discorsi di chiunque altro e sono quello che più ha fatto appello alla calma. Ebbene, io non mi tiro più indietro. Se voi restate inerti, io no […]»[19].

Il Movimento dei Diseredati si basava su alcuni principi fondamentali: la devozione verso Dio, il genere umano, la libertà e la dignità; il rifiuto dell'oppressione e del settarismo; la lotta contro la tirannia e il feudalesimo; il sostegno alla sovranità nazionale e alla sua salvaguardia; ed infine, la lotta contro la colonizzazione, le aggressioni e l'avidità[20]. Il Movimento dei Diseredati e la sua milizia Amal furono capaci di provocare un cambiamento epocale nella mentalità sciita, poiché al quietismo, al culto del dolore e alla passività tipica dello sciismo subentrò un sentimento di riscossa e di rivendicazione. Al-Sadr capì che la tradizione sciita di sottomissione e di indifferenza politica, incoraggiata dai leader religiosi quietisti, aveva enormemente contribuito alla marginalizzazione politica della comunità. Secondo l'imām la tradizione religiosa non era incompatibile con il progresso sociale e politico ma parte integrante e fattore di stimolo dello stesso. Per dimostrare le sue tesi, reinterpretò il simbolismo sciita attribuendogli un significato politico e rivoluzionario. In particolare, esortò gli sciiti a non considerare le celebrazioni della thawra (rivolta) e del martirio dell'imām Husayn come meri riti formali o come pretesto per non tramutare il dissenso politico in azione[21].

Secondo Musa al-Sadr, il martirio di Karbala fu un sacrificio necessario per scuotere le coscienze dei musulmani e per abbattere il dispotismo e la corruzione. Fu, inoltre, una rivoluzione dalla quale il mondo musulmano doveva trarre ispirazione per attuare una nuova rivolta atta a respingere l'oscurità, combattere la tirannia e ristabilire la giustizia[22]. Musa al-Sadr sostenne l'importanza dell'attivismo politico quale espressione dell'autentico sciismo e quale mezzo necessario per preservare l'identità sciita in Libano: «Grazie a Musa Sadr gli sciiti acquistano un volto e un'identità […] diventano un'etnia consapevole del proprio crescente sviluppo demografico e non più ignorata dallo Stato e dalle istituzioni»[23].

Visto il disinteresse da parte dello Stato verso le regioni del Sud[24], al-Sadr cercò di colmare tale vuoto lavorando a più livelli: a livello sociale, ampliò istituzioni caritatevoli preesistenti e fondò associazioni filantropiche, istituzioni educative, di beneficenza, professionali, sanitarie e religiose, finanziate attraverso campagne di raccolta fondi, imposte fiscali e contributi ricevuti da benefattori iraniani e da immigrati libanesi; a livello organizzativo, lavorò per coltivare stretti rapporti tra tutti i membri della comunità sciita in Libano cercando di colmare il divario tra i vari elementi della comunità. Infine, a livello politico, portò avanti negoziati con le autorità, chiedendo il riconoscimento della comunità sciita come distinta e separata da quella sunnita e uguali diritti per gli sciiti nel sistema politico libanese. Tale riconoscimento avvenne nel maggio del 1969 con la creazione del Consiglio Supremo Sciita[25], la cui fondazione cambiò notevolmente le relazioni sociali all'interno della comunità sciita poiché indebolì il potere delle élites tradizionali[26].

Attraverso il suo impegno sociale, nel corso di un intero decennio, riuscì a guadagnare una reputazione senza pari tra gli sciiti libanesi e gradualmente in tutta la società libanese[27], grazie soprattutto all'incessante attività di promozione del dialogo interreligioso tra le varie comunità confessionali. Nell'agosto del 1978, durante una visita istituzionale in Libia, l'imām scomparve misteriosamente[28], diventando agli occhi dei suoi seguaci l'imām nascosto della tradizione sciita[29].

Dopo la sua scomparsa, il Consiglio Supremo Sciita venne guidato dall'alim Muhammad Mahdi Shams al-Din[30], un dotto e fervente religioso, privo però di un significativo appoggio popolare. Sotto la sua guida il Consiglio si dedicò principalmente alla sponsorizzazione e alla promozione del dialogo tra cristiani e musulmani.

La strada intrapresa da al-Sadr per dare potere e dignità agli sciiti non morì con lui. Una nuova mentalità rivoluzionaria prendeva piede nella comunità. Fattori quali l'immigrazione, il contatto con la modernizzazione, lo sviluppo dell'istruzione e la crescita demografica favorirono importanti cambiamenti nei rapporti di potere intracomunitari rompendo lo storico ma fragile equilibrio tra le varie comunità libanesi.

In seguito alla scomparsa dell'imām, sia a causa della mancanza di un erede degno del suo carisma, sia per la mancanza di una leadership politica o religiosa unitaria, la successione nella guida della comunità sciita si caratterizzò per la presenza di tre tendenze politiche differenti che si contesero la guida della stessa: i conservatori, guidati da Kamal Hassad[31]; i religiosi, per la maggior parte membri del Consiglio Supremo Sciita, guidati da Muhammad Mahdi Shams al-Din, capo dello stesso Consiglio; ed infine i pragmatici, ossia la leadership di Amal, guidati da Nabih Berri[32], segretario generale del movimento. Oltre alle tre tendenze “ufficiali”, a livello più ristretto erano presenti gruppi militanti indipendenti che ruotavano intorno a leader religiosi carismatici, come ad esempio il sayyid Muhammad Husayn Fadlallah[33].

La divisione esistente tra i gruppi indipendenti e le tre tendenze politiche sopra elencate crebbe ancor di più in seguito alla Rivoluzione islamica iraniana che dimostrò cosa una umma motivata e ben organizzata «può realizzare di fronte all'oppressione e all'ingiustizia»[34]. L'influenza politica che ebbe la Rivoluzione islamica iraniana si concretizzò nella divisione della comunità in due direzioni d'azione: i pragmatici e i moderati, che vedevano sé stessi come parte dello Stato libanese e lavorarono per cambiare il regime ma sulla base dell'accettazione delle regole del gioco; e gli estremisti che negavano la legittimità del regime secolare e filo-occidentale libanese e lavorarono per la caduta di quest'ultimo attraverso un atto rivoluzionario.

Intorno ai primi anni del 1970, i religiosi libanesi che avevano studiato nei seminari di Najaf, dove entrarono a contatto con l'ideologia khomeinista del wilāyat al-faqīh[35], gettarono le basi per la formazione di attivisti rivoluzionari sciiti nei seminari religiosi libanesi e per la fondazione di istituti d'istruzione islamici dove gli studenti venivano educati alla visione militante e rivoluzionaria dell'Islam, combinando l'insegnamento religioso alla pratica militare. L'influenza iraniana si espresse attraverso diversi cambiamenti che interessarono la comunità sciita negli anni successivi alla rivoluzione[36]. Il primo fu il passaggio storico della comunità dalla passività e marginalità all'attivismo politico sotto la guida della leadership iraniana. Il secondo fu l'aumento dell'influenza islamica nella comunità, resa possibile dall'attività degli studenti religiosi secondo il principio dell'“esportazione della rivoluzione islamica” fuori dai confini iraniani. Infine, si registrò l'aggravarsi della lotta intracomunitaria che unito all'esistenza di movimenti sociali con simili obiettivi e allo sforzo iraniano di creare un movimento islamico-sciita capace di rimpiazzare Amal, furono le cause principali che portarono alla nascita di un movimento rivoluzionario e di resistenza che in seguito divenne Hizbullāh.

 



 

[1] Ulema, plurale di alim, significa “uomo di conoscenza” ed indica coloro i quali sono esperti di scienze religiose e giuridiche poiché hanno terminato gli studi in una scuola coranica. In senso più ampio il termine viene utilizzato per indicare il clero musulmano.

[2] Azani E., Hezbollah: The story of the Party of God. From the Revolution to Institutionalization, Palgrave Macmillan, New York 2009, pp. 49-51

[3] Con l'indipendenza dalla Francia, avvenuta nel 1943, le alte cariche dello Stato verranno distribuite secondo una regola non scritta, scaturita dal Patto Nazionale, in base alla quale la carica di Presidente della Repubblica spetterà ad un cristiano maronita, la carica di Primo ministro ad un musulmano sunnita ed infine la carica di Presidente del Parlamento ad un musulmano sciita. Tale patto è considerato valido tutt'oggi.

[4] La dottrina sciita si differenzia da quella sunnita principalmente sulla questione dell’imamato: mentre i sunniti riconoscono la Sunna (tradizione) del Profeta Muhammad e dei quattro califfi "Ben guidati" (Abū Bakr, ʿUmar ibn al-Khattāb, ʿUthmān b. ʿAffān e ʿAlī b. Abi Tālib), gli sciiti sostengono che la guida della comunità islamica (umma) debba essere affidata ad un imām ("colui che sta dinnanzi", "colui che guida") che, a partire da ʿAlī b. Abi Tālib, sia  legato al Profeta da un vincolo di parentela. In ambito sciita la figura dell'imām si differenzia da quella sunnita: mentre per gli sciiti, l'imām è contemporaneamente guida temporale e spirituale, per i sunniti quest'ultimo è investito di soli poteri temporali. Secondo la dottrina sciita, l'imām deve essere dotato di alcuni attributi: immunità dal peccato e dall’errore; sapienza; virtù e perfezione; ed infine, capacità di eseguire miracoli. Per una visione più completa della dottrina sciita cfr. Alberto Ventura, Confessioni scismatiche, eterodossie e nuove religioni, in Giovanni Filoramo (a cura di), Islam, Edizioni Laterza, Roma-Bari 2002, pp. 309-401

[5] Il termine sayyid (letteralmente oratore) è un appellativo che indica la discendenza dalla famiglia del Profeta Muhammad ed in particolare di coloro che discendono da Ali e Fatima, rispettivamente genero e figlia del Profeta.

[6] Il sayyid Muhammad Husayn Fadlallah fu considerato dai più il leader spirituale (murshid ruhi) del Partito di Dio. Fadlallah ha sempre negato tale veste, aggiungendo di non aver mai avuto nessun ruolo né nella formazione, né nell'organizzazione del Partito di Dio. Fondò l'Association of Philanthropic Organization, un insieme di istituzioni sociali, religiose ed educative. Per approfondire il pensiero di Fadlallah vedere il sito dedicato al sayyid: www.bayynat.org, ed anche Fadlallah M. H., Muhammad Husayn Fadlallah: The Palestinians, the Shi'a, and South Lebanon, Journal of Palestine Studies, Vol. 16, No. 2 (Winter, 1987), pp. 3-10

[7] Entrambi i protagonisti della trasformazione della comunità sciita favorirono ed incoraggiarono gli studi religiosi in Libano e finanziarono gli studi agli studenti libanesi nei seminari iracheni e iraniani. Gli studenti di ritorno dai seminari iraniani, imbevuti di ideologie rivoluzionarie, costituiranno quella che può essere considerata l'avanguardia rivoluzionaria che gettò le basi per la creazione di Hizbullāh.

[8] Shanahan R., The Shi'a of Lebanon. Clans, Parties and Clerics, Tauris Academic Studies, London/New York 2005, pp. 39-44

[9] Ibidem

[10] Kepel G., Jihad ascesa e declino. Storia del fondamentalismo islamico, Carocci, Roma 2008, pag. 140

[11] Dall'araboﺍﻣﻞ, “speranza”, acronimo di afwāj al-muqāwama al-lubnāniyya, ossia Ranghi della Resistenza Libanese. Fondato nel gennaio del 1975 dall'imām Musa al-Sadr e cresciuto grazie al sostegno della Siria, il partito Amal è attualmente il partito sciita più importante. Per una visione più approfondita sull'argomento si rimanda a Augustus R. Norton, Amal and the Shi'a: Struggle for the Soul of Lebanon,  University of Texas Press, Austin 1988.

[12] Hizbullāh (letteralmente “Partito di Dio”) è un partito politico sciita libanese. Nato nei primi anni ottanta, in seguito alla seconda invasione del sud del Libano da parte di Israele (la cosidetta “Operazione Pace in Galilea” del 1982), ebbe sin dalla sua nascita ufficiale - che viene fatta risalire alla pubblicazione della “Lettera aperta agli oppressi del Libano e del mondo” del 1985 - obiettivi chiari e categorici: porre fine all'occupazione israeliana del Libano; la difesa dei musulmani sotto la supervisione politica del wāli al-faqīh (il giureconsulto più dotto) attraverso quello che è definito un “dovere religioso” (wajib shar‘ī), ossia il jihād; la lotta contro gli oppressori guidati dal “Grande Satana” (Stati Uniti), Francia e dal  “Piccolo Satana” (Israele); l'eliminazione del sistema confessionale e l'instaurazione, attraverso una scelta popolare libera e consapevole, di uno Stato islamico in Libano.

[13] Ayatollāh è il titolo più elevato del clero sciita. Letteralmente significa “segno di Dio” e viene concesso ai maggiori esperti di studi islamici, una volta ottenuta la consacrazione come tali dai loro superiori e dai loro pari. Alcuni ayatollāh possono, inoltre, fregiarsi del titolo di marja al-taqlid, ossia “fonte di emulazione”, ma esclusivamente nel caso in cui i seguaci di un ayatollāh facciano riferimento a lui, chiedendogli di pubblicare un testo giuridico-religioso che venga considerato successivamente come un codice di comportamento.

[14] Zio dell'imām Musa al-Sadr e anziano faqīh (giurisperito) della città di Tiro.

[15] Kobeisy S., Sayyed Moussa Sadr: A Fighter for Rights and Freedom, reperibile al seguente link: http://english.moqawama.org/essaydetails.php?eid=12094&cid=219

[16] Vali N., La rivincita sciita. Iran, Iraq, Libano. La nuova mezzaluna, Università Bocconi, Milano 2007, pag. 79

[17] Norton A. R.,  Hezbollah. A Short History,  Princeton University Press, Princeton 2007, pag. 18

[18] L'anno successivo l'imām fondò il movimento Amal per rispondere all'esigenza di creare un movimento di resistenza armata capace di preservare il Paese da  future aggressioni israeliane. In effetti, nel  marzo del 1978 Israele lanciò la prima invasione del Libano, la cosiddetta "Operazione Litani", che ebbe come obiettivo la distruzione delle infrastrutture dell'OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) presenti nel Sud a partire dal 1968 e la creazione di una fascia di sicurezza tra il Jabal Amil e lo Stato israeliano. Tale obiettivo venne meno nel momento in cui Israele aumentò progressivamente l'ampiezza di tale area fino ad includervi il fiume Litani.

[19] Citato in Il Libano. Una nazione nuova, Il Dialogo. Bimestrale di cultura, esperienza e dibattito del Centro Federico Peirone-Arcidiocesi di Torino, febbraio 2009, pag. 6, reperibile al seguente link: http://www.diocesi.torino.it/diocesitorino/allegati/28206/dialogo1-2-2009.pdf

[20] Ajami L., Imam Sadr: The Imam of the Nation and the Resistance-Episode 2, Alintiqad.net, reperibile al seguente link: http://english.moqawama.org/essaydetails.php?eid=13639&cid=219

[21] Aucagne J., L'imam Moussa al-Sadr et la communauté chiite, in Travaux et Jours, N. 53, Beirut 1974, pp. 47-51

[22] Norton A. R., Amal and the shi'a. Struggle for the Soul of Lebanon, University of Texas Press, Austin 1988, pp. 40-41

[23] Micalessin G., Hezbollah. Il partito di Dio, del terrore e del welfare, Boroli Editore, Milano 2006, pag. 15

[24] Norton A. R., Actors and Leadership among the Shiites of Lebanon, Annals of the American Academy of Political and Social Science, Vol. 482 (November 1985), pp. 111-112

[25] Cfr. http://www.shiitecouncil.com

[26] Azani E., op. cit., pag. 54

[27] Ajami F., The Vanished Imam: Musa al Sadr and the Shia of Lebanon, Cornell University Press, London 1986, pag. 90

[28] Lamb F., Imam Musa Sadr and the man behind Shadow of the Imam: Co-Founder of Lebanon’s National Resistance, Scoop.co.nz, June 18, 2012. Per una visione più approfondita sull'argomento si rimanda a Biefeni Olevano F., La verità nascosta. La vera storia della scomparsa dell'imam al Sadr, dello sceicco Yaacoub e di Badreddin, Arkadia Editore, Cagliari 2011

[29] Secondo la dottrina sciita, nell'anno 874 il dodicesimo imām, Abul Qāsim Muhammad ibn Hasan detto al-Mahdī (letteralmente "guidato da Allah sul retto sentiero"), scomparve misteriosamente nei locali sotterranei di una moschea a Samarra, per non ricomparire mai più. Tale avvenimento segnò l'inizio di un periodo chiamato "occultamento minore" (ghayba al-sughra) durante il quale i fedeli, per mezzo dei suoi luogotenenti, potevano comunicare con l'imām. A partire dal 941, con la morte dell'ultimo dei suoi quattro luogotenenti, l'imām decise di occultarsi definitivamente interrompendo del tutto il rapporto con la gente, dando vita al cosiddetto "occultamento maggiore" (ghayba al-kubra). Tale avvenimento portò alla nascita della dottrina sciita dell'attesa messianica secondo la quale l'occultamento permarrà fino a quando Allah stesso non determinerà il momento giusto per il ritorno dell'imām al-Mahdī. Dopo una serie di segni premonitori, l'imām al-Mahdī tornerà sulla terra per combattere l'oppressione e la tirannia, ripristinare la giustizia e l'equità e instaurare un governo giusto basato sull'Islam.

[30] Shams al-Din fu noto per la sua politica moderata e per la sua diplomazia. Fu inoltre un forte sostenitore della convivenza tra cristiani e musulmani e fautore della modifica del sistema confessionale libanese attraverso la creazione di ciò che lui chiamava “al-dawla al-madaniyya” ossia “stato civico”. Fondamentale nella sua produzione intellettuale fu la reinterpretazione del wilāyat al-faqīh khomeinista. Su quest'ultimo punto si rimanda a Mneimneh H., The Arab Reception of Vilayat-e-Faqih: The Counter-Model of Muhammad Mahdi Shams al-Din, reperibile al seguente link: http://www.currenttrends.org/research/detail/the-arab-reception-of-vilayat-e-faqih-the-counter-model-of-muhammad-mahdi-shams-al-din

[31] Ex segretario del Partito Socialdemocratico libanese, ha ricoperto più volte la carica di Presidente del Parlamento, tra maggio e ottobre del 1964, tra il maggio e l'ottobre del 1968 e, infine, dal 1970 al 1984.

[32] Presidente del Parlamento libanese.

[33] Azani E. , op. cit., pp. 57-58

[34] Norton A. R., Amal and the shi'a, op. cit., pag. 56

[35] Nel 1970 Khomeinī, in esilio a Najaf, organizzò una serie di lezioni sul potere politico e sul ruolo del clero. In queste lezioni, che vennero poi raccolte in un testo chiamato wilāyat al-faqīh (l’autorità del giurisperito), l’ayatollāh radicalizzò il concetto di mujtahid marja (il più autorevole tra i teologi), sostenendo che sia il potere temporale che quello spirituale, in assenza dell’imām nascosto, doveva essere affidato al più stimato tra i mujtahid marja o, in assenza di esso, ad un gruppo di studiosi autorevoli. Queste teorie vennero poi raccolte in un altro testo, intitolato al-hukūma al-islāmiyya (Il Governo islamico). Le tesi in esso contenute erano: la condanna del quietismo politico di molti religiosi sciiti; la condanna dell’istituzione monarchica in quanto istituto non islamico, essendo retto da un uomo politico e non da un giurisperito religioso; ed infine la contrapposizione alla monarchia della repubblica islamica popolare. Contrariamente al mondo sunnita, dove non esiste un clero gerarchicamente organizzato, lo sciismo prevede l'esistenza di una gerarchia di specialisti in scienze religiose, che in assenza della guida suprema, agiscono in nome dell'imām formulando norme e decisioni sulla base dell'interpretazione del fiq (giurisprudenza islamica).

[36] Azani E., op.cit., pag. 56

BIBLIOGRAFIA

Monografie

Ajami Fouad, The Vanished Imam: Musa al Sadr and the Shia of Lebanon, Cornell University Press, London 1986

Azani Eitan, Hezbollah: The story of the Party of God. From the Revolution to Institutionalization, Palgrave Macmillan, New York 2009

Biefeni Olevano Fausto, La verità nascosta. La vera storia della scomparsa dell'imam al Sadr, dello sceicco Yaacoub e di Badreddin, Arkadia Editore, Cagliari 2011

Kepel Gilles, Jihad ascesa e declino. Storia del fondamentalismo islamico, Carocci, Roma 2008

Micalessin Gian, Hezbollah. Il partito di Dio, del terrore e del welfare, Boroli Editore, Milano 2006

Norton Augustus Richard, Amal and the shi'a. Struggle for the Soul of Lebanon, University of Texas Press, Austin 1988

Norton Augustus Richard,  Hezbollah. A Short History,  Princeton University Press, Princeton 2007

Shanahan Rodger, The Shi'a of Lebanon. Clans, Parties and Clerics, Tauris Academic Studies, London/New York, 2005

Vali Nasr, La rivincita sciita. Iran, Iraq, Libano. La nuova mezzaluna, Università Bocconi, Milano 2007

 

Articoli e riviste

Ajami Linda, Imam Sadr: The Imam of the Nation and the Resistance-Episode 2, Alintiqad.net

Aucagne Jean, L'imam Moussa al-Sadr et la communauté chiite, Travaux et Jours, N. 53, Beirut 1974

Fadlallah Muhammad Husayn, Muhammad Husayn Fadlallah: The Palestinians, the Shi'a, and South Lebanon, Journal of Palestine Studies, Vol. 16, No. 2 (Winter, 1987)

Il Libano. Una nazione nuova, Il Dialogo. Bimestrale di cultura, esperienza e dibattito del Centro Federico Peirone-Arcidiocesi di Torino, febbraio 2009

Kobeisy Siraj, Sayyed Moussa Sadr: A Fighter for Rights and Freedom, http://www.english.moqawama.org, 31 agosto 2010

Lamb Franklin, Imam Musa Sadr and the man behind Shadow of the Imam: Co-Founder of Lebanon’s National Resistance, Scoop.co.nz, June 18, 2012.

Mneimneh Hassan, The Arab Reception of Vilayat-e-Faqih: The Counter-Model of Muhammad Mahdi Shams al-Din, Current Trends in Islamist Ideology,  Vol. 8 (may 21st, 2009), http://www.hudson.org/

Norton Augustus Richard, Actors and Leadership among the Shiites of Lebanon, Annals of the American Academy of Political and Social Science, Vol. 482 (November 1985)

 

Sitografia

http://www.bayynat.org/

http://www.shiitecouncil.com/

 

Fonte immagine: httpwww.yalibnan.com20120903lebanon-fm-to-interview-gaddafis-top-spy-about-sadrs-fate

 

*Dottore di ricerca in Storia, Istituzioni e Relazioni internazionali dell’Asia e dell’Africa moderna e contemporanea, ex Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Cagliari.

 

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