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Riparte il dialogo con l’islām

Europa - Europa mediterranea

di Carmen Corda

 

 

 

Il 19 gennaio il Ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ha presieduto la prima seduta del Consiglio per le Relazioni con l’Islām Italiano, una nuova iniziativa per la promozione del dialogo tra lo Stato italiano e le comunità islamiche presenti nel Paese, che ricalca quelle dei suoi predecessori.

Già in passato, infatti, lo Stato italiano aveva ritenuto che la soluzione più adeguata fosse la creazione di un interlocutore ad hoc. Sulla base di questa convinzione, Beppe Pisanu, nel settembre del 2005, aveva istituito la Consulta Islamica, incardinata anch’essa presso il Ministero dell’Interno, cui aveva affidato il compito di favorire un dialogo proficuo e una reale integrazione nella società italiana delle comunità islamiche, nel rispetto della Costituzione e dei principi fondamentali che informano il nostro ordinamento. La Consulta era stata poi ereditata da Giuliano Amato, promotore di una Carta dei Valori, della Cittadinanza e dell’Integrazione, che intendeva riassumere e rendere espliciti i principi fondamentali del nostro ordinamento che regolano la vita collettiva, sia dei cittadini sia degli immigrati. La Carta, la cui elaborazione fu affidata ad un Comitato Scientifico, aveva sollevato un acceso dibattito interno alle comunità islamiche italiane, non solo perché in essa vi erano tutte le “questioni non risolte” nel rapporto con l’islām, ma soprattutto per le circostanze dalle quali la Carta era scaturita e che le avevano fatto assumere il carattere di una carta del “buon cittadino musulmano”. Una nuova ondata di polemiche si era avuta in occasione della formazione del Comitato per l’Islām Italiano, istituito nel 2010 dall’allora Ministro dell’Interno Roberto Maroni. Il Comitato riuniva diciannove membri di nazionalità diverse ed esperti di religioni, profondi conoscitori del mondo islamico e “ben integrati” nella società italiana, in grado di fornire idee e formulare proposte per l’approfondimento dei molteplici temi concreti, dal velo alla formazione degli imām. Ci fu uno sconcerto generale, misto ad indignazione, da parte delle comunità islamiche per la scelta di alcuni membri notoriamente “islamofobi” che difficilmente avrebbero fornito un contributo positivo e concreto. Un ulteriore tentativo di ripresa del dialogo era stato quello che aveva visto la nascita, nel marzo del 2012, della Conferenza Islamica Italiana. Nata come unione di federazioni regionali, univa 250 centri e luoghi di culto sparsi su tutto il territorio nazionale, per la condivisione di alcuni valori comuni, in linea con la Carta dei Valori, della Cittadinanza e dell’Integrazione.

Il Viminale prova oggi a far ripartire il dialogo con il Consiglio per le Relazioni con l’Islām Italiano, che avrà funzioni consultive e che sarà coordinato da Paolo Naso, docente di Scienza Politica e Coordinatore della Commissione Studi della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia. Tre le priorità: conoscenza, analisi e proposta, al fine di superare le criticità. Paolo Naso riconosce che «i musulmani incontrano serie difficoltà nell’esercizio del culto, oltretutto subendo i contraccolpi disastrosi del terrorismo di matrice islamica e rimanendo vittime di campagne di denigrazione che uno stato democratico non può tollerare».

Alla prima riunione hanno partecipato illustri docenti ed esperti della cultura e della religione islamica, individuati in ragione delle specifiche competenze. Tra loro Stefano Allievi, Massimo Campanini, Enzo Pace e Francesco Zannini. Nessun rappresentante delle associazioni islamiche italiane.

Il Consiglio, afferma il Ministro Alfano in una nota, «avrà il compito di fornire pareri e formulare proposte in ordine alle questioni riguardanti l’integrazione della popolazione di cultura e religione islamica in Italia. Il rispetto e la collaborazione tra le identità culturali e religiose presenti in Italia devono, infatti, costituire la premessa per un dialogo che arricchisca la democrazia, promuovendo le ragioni della pace, della coesione sociale e dell’unità, e che favorisca una comunità di intenti con tutti coloro che, pur provenendo da paesi, culture, religioni e tradizioni diverse, intendono contribuire allo sviluppo pacifico e alla prosperità del nostro Paese, nel pieno rispetto delle nostre leggi e della nostra tradizione cristiana e umanistica».

Per il Ministro Alfano la fase di dialogo non potrà prescindere dal coinvolgimento dei Prefetti, «soprattutto quelli che operano nelle province più interessate al fenomeno dell’immigrazione – dice - avvalendosi delle forme già sperimentate di ascolto, promozione, cooperazione e coordinamento e degli organismi quali i Consigli Territoriali per l’Immigrazione e le Conferenze Permanenti, dovranno concorrere a sviluppare ogni iniziativa con quanti si riconoscano nella fede islamica, volta a migliorare l’inserimento sociale tenendo conto dei principi della Costituzione e delle leggi della Repubblica, anche nell’ottica di incentivare la coesione e la condivisione di valori e diritti».

Ad oggi i vari tentativi posti in essere per creare un canale di dialogo tra lo Stato italiano e le comunità islamiche non hanno portato a risultati apprezzabili. Ciò potrebbe essere in parte dovuto al fatto che l’istituzionalizzazione dell’islām sembra essere un'esigenza sentita più dallo Stato che dalle comunità islamiche stesse. È lo Stato che cerca e crea un interlocutore islamico, ricorrendo a categorie proprie e chiedendo talvolta ai musulmani di modificare le proprie strutture tradizionali o di inventarne di nuove in un processo del tutto innaturale e gestito dall’alto.

 

 

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