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Turchia: l'equilibrio politico-militare è ormai sovvertito

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Turchia: l'equilibrio politico-militare è ormai sovvertito

Francesco Pongiluppi

Da responsabili della tenuta costituzionale ai margini del potere.

Alla vigilia del prossimo referendum costituzionale sarebbe questa, in sintesi, la fotografia che ritrae le Forze armate turche (Tsk) all’interno dell’attuale scenario nazionale. Dal 2002, anno in cui il Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp) è salito al governo, le Tsk hanno gradualmente perso quel controllo sul potere che in passato ha dato loro la facoltà di intervenire per modificare il corso politico turco. Responsabili di tre colpi di stato con cui hanno rovesciato il potere costituito (1960, 1971, 1980), autori del Memorandum del 1997 per mezzo del quale hanno portato alla dissoluzione l’allora governo Erbakan, le forze armate sono oggi sotto rigido controllo governativo.

Il fallito golpe del luglio 2016 ha infatti inaugurato una nuova fase nelle relazioni politico-militari, soverchiando il secolare rapporto di forza: oggi è la leadership civile a controllare quella militare. L’autorità delle Tsk, già segnatamente mutata dalle riforme del decennio scorso, ha subito negli ultimi mesi profondi interventi governativi mirati a porre la stessa in una condizione permanente di subalternità. I decreti pubblicati dalla Gazzetta ufficiale di Turchia parlano di 8.774 arresti tra gli ufficiali, oltre 16.000 cadetti allontanati, diverse migliaia tra soldati di grado inferiore e giudici militari licenziati. Cifre importanti, che non considerano un numero in constante crescita di militari richiedenti asilo in Europa.

Il processo di ristrutturazione dell’apparato militare perseguito dal presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdoğan, ha finora riguardato sia il sistema di controllo sull’autorità militare, sia le fondamenta identitarie delle forze armate. Tra i provvedimenti finalizzati all’aumento del controllo governativo sui militari risultano l’inquadramento del corpo della gendarmeria alle dipendenze del ministero degli Interni e quello capillare del ministero della Difesa sull’intero corpo delle Tsk. L’autorità sulle scuole e accademie militari passa dallo Stato Maggiore al ministero dell’Istruzione. Alcune novità farebbero pensare che il governo più che ristrutturare voglia riedificare le forze armate secondo il proprio disegno politico. Infatti, a vacillare sarebbe lo stesso paradigma identitario del potere militare in Turchia, quello che vede nel soldato il guardiano del secolarismo. Nonostante l’apparato militare non abbia più quella larga legittimazione popolare di cui ha goduto in passato, il recente pellegrinaggio a La Mecca in compagnia di Erdoğan del capo di Stato Maggiore generale, Hulusi Akar, ha causato vive proteste nel paese. Il 25 febbraio scorso il quotidiano nazionale Hürriyet ha riferito di malumori circa il viaggio di Akar all’interno del quartier generale dello Stato Maggiore, in un articolo che ha portato il presidente Erdoğan ad accusare il giornale di essere espressione di vecchi costumi. Eppure, va sottolineato come per la prima volta nella storia repubblicana l’élite laica turca non si riconosca più nei quadri dell’esercito, proprio a causa di una loro presunta perdita di sobrietà secolarista. Infine, l’annuncio dato dal ministero della Difesa il 22 febbraio scorso sul bando al divieto di indossare il velo islamico per le donne impiegate nelle Tsk, cancellerebbe le ultime vestigia della Turchia kemalista.

L’umiliazione mediatica che ha subito il secondo esercito più numeroso della Nato nei giorni successivi al fallito golpe è stata mitigata dallo stesso governo attraverso l’incremento delle missioni militari dentro e fuori i confini. L’intensificazione delle operazioni anti-terrorismo contro il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) è stata affiancata, lo scorso 24 agosto, dall’operazione “scudo dell’Eufrate” in Siria e Iraq. Obiettivo ufficiale dell’iniziativa: mettere in sicurezza i confini e creare a ridosso della lunga frontiera una free zone dallo Stato islamico (IS) e dal Partito dell’Unione Democratica (Pyd), ritenuto da Ankara l’appendice curdo del Pkk in Siria. Ora che l’operazione “scudo dell’Eufrate” pare essersi conclusa, gli oltre 70 caduti turchi e l’estenuante presa di Al-Bab – cittadina del Nord della Siria di appena 65.000 abitanti che ha resistito all’artiglieria turca e agli alleati della Free Syrian Army per oltre quattro mesi – evidenziano come la radicale ristrutturazione delle Tsk abbia inevitabilmente inceppato anche la macchina bellica.

Qualora la riforma costituzionale dovesse incontrare il consenso della maggioranza degli elettori nel prossimo referendum, il quadro generale delle Tsk verrebbe ulteriormente sovvertito. Lo Stato Maggiore, non più vincolato dal controllo parlamentare, andrebbe sotto il controllo di un presidente con pieni poteri. I tribunali e i giudici militari verrebbero aboliti. Infine, lo stato d’emergenza (Ohal), lo strumento giuridico restrittivo indicato dal Consiglio nazionale di sicurezza e dal Consiglio dei ministri, sarebbe competenza esclusiva del capo dello Stato. Dunque, l’eventuale trasformazione della Turchia in repubblica presidenziale potrebbe definitivamente collocare le “nuove” forze armate turche a “servizio” dell’esecutivo, un’ipotesi che presenta nuovi interrogativi sulla futura tenuta democratica del Paese.

 

Francesco Pongiluppi, Ph.D, Università di Roma, La Sapienza, redattore AfricaMedioriente.com e Senior Turkey Analyst, Institute for Global Studies (IGS)

Fonte: http://www.ispionline.it/ (12 aprile 2017).

 

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