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La crisi catalana continua

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Diciamolo subito: qualora il governo di Madrid dovesse concludere la procedura già avviata di applicazione dell’articolo 155 della Costituzione (e quindi esautorare il governo di Barcellona secondo modalità da definire e far approvare dal Senato), si tratterebbe di una decisione del tutto ineccepibile dal punto di vista costituzionale. Sarebbe l’ultimo snodo di quattro (almeno per ora) passaggi. Primo: il 10 ottobre Puigdemont prende atto del voto referendario del 1° ottobre, resta volutamente ambiguo in materia di indipendenza, sospendendola e invitando al dialogo. Secondo: il giorno dopo Rajoy ingiunge a Puigdemont di chiarire la posizione del governo catalano in merito all’indipendenza, dando i previsti cinque giorni per ottenere una risposta definitiva. Terzo: il 16 ottobre Puigdemont scrive a Rajoy senza sciogliere l’interrogativo, ma proponendo un dialogo che entro due mesi giunga alla soluzione del problema. Quarto: Rajoy replica immediatamente di attendere una risposta definitiva entro il 19 ottobre.

Ciò premesso, gli interrogativi si addensano e il problema catalano resta intero. Come reagiranno i catalani all’applicazione dell’articolo 155 e gli indipendentisti all’arresto per sedizione dei leader di Asamblea Nacional Catalana e Òmnium Cultural, i due movimenti civici sorti per sostenere la secessione, Jordi Sànchez e Jordi Cuixart? Riuscirà Rajoy a mantere saldo il fronte comune che si è costituito con il Psoe e Ciudadanos al momento di decidere le misure concrete da adottare in ottemperanza dell’articolo 155? Quale sarà l’impatto della crisi catalana sul quadro politico spagnolo? E, infine, quanto è da prendere sul serio lo spiraglio che Rajoy ha lasciato intendere di voler aprire sulla riforma costituzionale invocata da Pedro Sánchez?

L’indipendentismo politico è diviso al suo interno. Lo si è visto sin dall’ora di ritardo con cui Puigdemont si è presentato il 10 ottobre al Parlamento catalano. Preoccupato per la fuga di banche, imprese e per le reazioni di quasi tutti i governi europei, sensibile agli interessi della borghesia catalana, che il suo partito in gran parte rappresenta, ha voluto prendere tempo. Erc, pur fremendo, l’ha assecondato, contrariamente a quanto ha fatto la Cup, che ha premuto e preme affinché il procés giunga nel più breve tempo possibile al traguardo. Divisa è naturalmente anche l’opinione pubblica catalana, dove due minoranze di differente peso si sono affrontate aspramente nelle ultime settimane. Ci sono catalani che stano bene come stanno e che si sono decisi a far sentire la propria voce (non sempre in buona compagnia, data la presenza della destra più nostalgica) solo all’ultimo momento. Ci sono gli indipendentisti che non hanno certo lesinato la propria presenza nelle piazze e sui media. Ma c’è soprattutto la stragrande maggioranza di catalani che rivendicava il diritto di esprimersi, come esercizio di democrazia. Ora non è da escludere che l’innecessario intervento della polizia per impedire l’esercizio del voto referendario abbia spostato una parte di questi ultimi verso posizioni indipendentiste e che ulteriori slittamenti nella stessa direzione otterrà l’applicazione dell’articolo 155.

Sulla tenuta del fronte comune a Madrid è lecito nutrire dubbi. Scontato il sostegno al governo di Ciudadanos (di cui si avvertono sempre meno le differenze con il Pp), appare improbabile che i socialisti non vogliano marcare una qualche distanza dall’esecutivo, anche perché a tallonarli sta Podemos che, pur godendo attualmente di pessima stampa e di altrettanto pessimi sondaggi elettorali, potrebbe sempre pescare nell’elettorato del Psoe. Il quale, a sua volta, non appare certo beneficiato dall’attuale congiuntura nella quale Sánchez si è mosso con enormi difficoltà, dovendo mediare tra la base elettorale che lo sostiene e i poteri forti del partito appiattiti sul governo, rappresentati, oltre che dalla vecchia guardia dei Felipe González, Alfonso Guerra ecc., dai socialisti della Comunità Autonoma Andalusa con la sua presidentessa Susana Díaz, sconfitta proprio da Sánchez alle primarie del maggio scorso.

Per quanto riguarda l’impatto che avrà la crisi catalana sul quadro politico spagnolo, l’impressione è che la difesa del “patriottismo della Costituzione” su cui si sono attestati Rajoy e il re nel suo intervento televisivo del 3 ottobre rafforzi a breve e medio termine il Partito popolare. Assai meno probabile è che la ventilata mozione di censura da parte di Podemos abbia corso, data l’indisponibilità socialista.

Se questa analisi ha fondamento, l’asse della politica spagnola è destinato a inclinarsi ulteriormente a destra. Certo, una destra che non ha nulla a che vedere con le destre che avanzano in Europa (ultimo il caso austriaco), così come non hanno nulla a che vedere con i movimenti populisti e xenofobi sia Podemos, sia i nazionalismi catalano e basco. Qui sta la specificità del caso spagnolo che ribalta in positivo Spain is different degli anni del franchismo.

Con tutto ciò non si intravvede nessuno spiraglio che lasci pensare a una soluzione del problema catalano. Intanto perché Rajoy non ne ha la benché minima percezione. Se l’avesse avuta avrebbe fatto qualcosa prima che la situazione precipitasse. Invece ha assistito del tutto inoperoso alla marea montante dell’indipendentismo catalano dal 2011. E neppure avrebbe autorizzato l’intervento repressivo del 1° ottobre. Un vero e proprio boomerang che ha orientato le simpatie di gran parte dell’opinione democratica europea verso l’indipendentismo. Giudizio assai condiviso, in sintesi, è che difficilmente Rajoy avrebbe potuto fare di più, da quando è al governo, per incrementare il consenso degli indipendentisti da parte dei catalani.

Ora Rajoy sembra disponibile ad aprire un tavolo per la riforma costituzionale. Difficile pensare che non si tratti di un gesto opportunistico, dal momento che fino all’altro ieri era fermamente convinto che l’organizzazione territoriale della Spagna andasse bene così com’era stata disegnata dalla Costituzione del 1978. Ancora più difficile è pensare che sia disposto ad andare oltre un qualche ritocco o aggiustamento. Eppure anche il nazionalismo basco è sceso in campo. Il presidente di Euskadi, Urkullu, solidarizzando con il movimento catalano, ha richiamato solo pochi giorni fa la sentenza 42/2014 del 25 marzo del Tribunale costituzionale, che indicava la via del dialogo tra i poteri pubblici di fronte alla volontà di una parte dello Stato di modificare il suo status giuridico. Quasi a ruota il nazionalismo basco radicale di EH Bildu ha invocato la necessità di percorrere una via basca per approdare a una confederazione. Per non dire di Podemos, che rappresenta un quinto dell’elettorato spagnolo e che si muove nella stessa direzione. Una rifondazione in chiave autenticamente federale della democrazia spagnola che passi per una seria riforma costituzionale sarebbe dunque necessaria, ma è anche possibile? Verrebbe da parafrasare il famoso paradosso del Comma 22: “Chi è irragionevole può chiedere una profonda riforma in senso federale dello Stato spagnolo, ma chi la chiede è tutt’altro che irragionevole”.

fonte:https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:4142#undefined.gbpl

 

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