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Il voto dei catalani

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di Alfonso Botti

I cittadini della Catalogna sono tornati alle urne il  21 dicembre in un contesto segnato da non poche novità. Per la prima volta le elezioni non sono state convocate dalla Generalitat, ma dal governo centrale, si sono tenute in un quadro normativo inedito per la Spagna, qual è risultato dall’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione, con gran parte della leadership dei partiti indipendentisti  in prigione o all’estero. Con tutto ciò le elezioni si sono svolte normalmente, senza incidenti, a riprova della maturità democratica dei catalani di ogni orientamento. E hanno visto una partecipazione che ha sfiorato l’82%.

I due schieramenti erano dati in bilico da inchieste e sondaggi, con una maggiore tendenza a prefigurare la conferma della maggioranza parlamentare indipendentista. Completato lo spoglio delle schede, il risultato lascia pochi margini di dubbio, anche sul piano delle interpretazioni, mentre rimangono le stesse incognite di prima del voto sugli sviluppi della situazione.

 

Le elezioni le ha vinte Ciudadanos che ha intercettato i voti del Pp e di quella parte dell’elettorato tradizionalmente restio a recarsi alle urne. Spettacolare la sua ascesa dai 25 seggi (17,93%) del 2015, agli attuali 37 con il 25,37% dei voti. A farne le spese è stato il partito di Rajoy, già ininfluente in terra catalana con 11 seggi (8,50%), che con 3 seggi (7,45% ) non va praticamente oltre il diritto di tribuna. Per la prima volta dal 1980 il maggior numero di seggi è andato, dunque, a un partito marcatamente opposto al catalanismo politico. Smentendo i sondaggi che ne annunciavano la sensibile crescita, il Partito socialista di Iceta che aveva 16 seggi (12,74% dei voti) ha conquistato un solo seggio in più, ottenendone 17 (13,88%). In flessione anche CatComu Podem che è passato dagli 11 seggi (8.94%) del 2015 agli attuali 8 seggi con il 7,45% dei voti.

Ma più importante del risultato ottenuto da Ciudadanos è il dato che vede i partiti indipendentisti conservare, anzi incrementare, la maggioranza parlamentare di cui disponevano passando da 68 a 70 seggi. Junts x Cat, la formazione dell’ex presidente della Generalitat, Puigdemont, mantiene la prima posizione tra i partiti indipendentisti, ottenendo 34 seggi con il 21,65% dei voti; Esquerra Republicana de Catalunya ne conquista 32 con il 21,39% dei voti; la Cup, in forte calo, ottiene 4 seggi, con il 4,45%. Ne aveva 11 con l’8,20% dei voti. Tuttavia, in termini di voti le forze indipendentiste non vanno oltre il 47,49%, percentuale che segna una flessione, per quanto minima, dal risultato ottenuto nelle elezioni del 2015 (-0,26%).

Altre considerazioni. Il voto indipendentista resta minoritario nella circoscrizione di Barcellona (44%) e di Tarragona (49,5%) , mentre è fortemente maggioritario in quelle di Llerida (64,2%) e Girona (63,7%). I due principali partiti indipendentisti ottengono separatamente più voti (43,04%) e più seggi (66) di quanti non ne avessero ottenuti nel 2015 quando si erano presentati assieme (39,54% con 62 seggi). Anche se ha un senso in questo caso assai relativo, volendo considerare il voto secondo l’asse destra/sinistra, vincono le destre (Ciudadans, Pp, Junts x Cat) con 54,47% dei voti, mentre le sinistre (Psc, CatComu Podem, Cup) ottengono il 47,17%. Infine il voto ha premiato la forza nazionalista più moderata (Junts x Cat), quella non nazionalista meno radicale (Psc) mentre è stato meno generoso con quelle marcatamente progressiste o di sinistra (CatComu Podem e Cup). Andando oltre l’analisi del voto, il dato certo è che la società catalana resta divisa in due metà e che la frattura tra le due parti si è approfondita.

Sulla condotta adottata fin qui dall’indipendentismo catalano e dal governo Rajoy esistono due scuole di pensiero. La prima è quella che legge in chiave di ingenuità l’avventurismo degli indipendentisti e in chiave autolesionista quella di Rajoy, che con le sue decisioni (impedire il voto referendario dell’1 ottobre, applicazione dell’art. 155 della Costituzione) avrebbe fatto il gioco del secessionismo. La seconda è quella che sostiene che l’indipendentismo era perfettamente consapevole dell’impossibilità di centrare l’obiettivo, ma che ciò nonostante lo abbia perseguito per mostrare a Madrid la propria forza per poi, sulla base di questa, strappare ulteriori competenze e vantaggi (sul piano normativo, fiscale, simbolico ecc.). Appartiene a questa interpretazione l’idea che Rajoy abbia puntato unicamente al rafforzamento del proprio partito e governo (che, ricordiamo, non gode attualmente di una maggioranza parlamentare) in vista delle prossime elezioni legislative. Senza escludere che nei due schieramenti alberghino posizioni e convinzioni tali da giustificare entrambe le interpretazioni, esse convergono su un punto: l’assoluto disinteresse di Rajoy e del suo partito a prendere atto che quello che è successo in Catalogna a partire dal 2010 (sentenza del Tribunale Costituzionale, svolta marcatamente indipendentista del partito di Artur Mas, nascita di movimenti civici a sostegno del procès indipendentista) rappresenta un problema di ordine politico da affrontare politicamente, in primo luogo con la messa in discussione e riforma dell’assetto territoriale scaturito dalla Costituzione del 1978.

Se questo è il vero nodo, dalle elezioni catalane non pare siano giunti segnali al riguardo. Il resto (quale maggioranza si formerà alle Cortes di Barcellona, chi verrà eletto alla presidenza della Generalitat, quanto resterà in vigore l’articolo 155 della Costituzione, cosa ne sarà degli eletti attualmente in carcere o all’estero) appartiene alla cronaca e riguarda la biografia di alcune figure. La questione catalana è altra cosa e resta intera. Cioè irrisolta.

fonte: https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:4206#undefined.gbpl

 

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